domenica 29 giugno 2014

Giselda Pontesilli, "Per un pensiero comune europeo. Primi appunti"


Pubblico, sperando di ispirare e suscitare ulteriori interventi, il progetto di ricerca di Giselda Pontesilli, con il quale questa piccola rivista elettronica vorrebbe, negli esigui limiti entro i quali le è possibile approcciare un disegno così vasto, inaugurare, o almeno abbozzare, una riflessione intorno alla tanto sfaccettata e proteiforme e forse mai come in quest'epoca altrettanto vaga ed insidiata, ma proprio per questo feconda ‒ idea d'Europa, e di identità europea.
Provincia ed Europa: un'antitesi solo apparente, se è vero che, per Kafka come per Serra ‒ ma già, ad esempio, per Petrarca nella sua Vaucluse ‒ la provincia era una provincia europea, visitata e penetrata dalle suggestioni, dai semi e dai fermenti di un moto e di un fervore lontani e più vasti, e anzi insufflata, quasi, da uno spirito profetico, da un alito antiveggente, da una prospettiva già aperta sulla vastità del futuro; e che, a ben vedere, l'Europa è forse, etimologicamente, come l'Erebo, ereb, ombra, crepuscolo, tramonto, versante o repositorio in cui vengono a spegnersi, a morire e a raccogliersi nel silenzio e nel riposo dell'autocoscienza idee, correnti e aneliti giunti da lontano, e mai del tutto cancellati, trasfigurati o sostituiti nella creazione e nella fucina del nuovo spirito e della nuova identità (penso all'influsso, oggi sempre più evidente, che la civiltà egizia esercitò su quella greca, e poi, proprio attraverso fonti greche, sull'ermetismo rinascimentale, o, più da vicino, al ruolo che la cultura araba, e quella ebraica, giocarono nel medioevo europeo ‒ basti pensare all'influsso della lirica d'amore araba sulle origini di quella provenzale e siculo-toscana, o all'impronta dell'escatologia islamica, ma anche della mistica ebraica, su Dante, o all'Elegia giudeo-italiana, o al fondamentale ruolo dell'averroismo nella filosofia fra Medioevo e Rinascimento...) ‒ Europa, dunque, essa stessa come provincia, non solo domina gentium, non «donna di province» ma provincia di province, fulcro e centro nati dai bordi e dalle ceneri di fuochi antichi, di identità antecedenti, che nell'athanor dell'Europa si rifusero e risorsero più limpidi, trovarono dunque una palingenesi, e insieme un inveramento: provincia di province anche nel senso di un'unità che si rispecchia ed affiora nelle manifestazioni particolari, e nella quale queste ultime trovano il proprio fondamento e la propria dimensione.
Ed Europa, nel senso del personalismo ‒ nel senso in cui Montale scriveva, in francese, di essere «un personnaliste convaincu» ‒, come varia unitas, come identità molteplice, come «persona di persone», come mosaico di espressioni e di angolature intese sia a livello di comunità, nazioni, lingue, dunque di identità collettive, sia, in certo modo, sul piano dell'interiorità dell'individuo, di un'Europa, per così dire, interiore (già Petrarca si sentiva «unus conflatus ex pluribus»), che risuona con il suo intreccio e il suo concento di voci e di eredità e di possibili aperture dentro ciascuno di noi, in quanto homo Europaeus.
In questa luce, forse, si possono chiarire anche la tanto dibattuta questione delle radici cristiane dell'Europa, il problema dell'Europa come Christianitas di cui parlava già Novalis: se è vero che solo il cristianesimo, e non il mondo antico (eccezion fatta forse per certi aspetti della civiltà ellenistica) pose le basi (poi, è vero, tanto spesso disattese dalla Chiesa nei chiaroscuri della sua storia) per l'abolizione della schiavitù, per la dignità della donna, e per un'autentica democrazia senza distinzioni di nascita e di censo, è altrettanto vero che l'identità europea può essere identità cristiana soprattutto nella misura in cui quest'ultima venga concepita non come esclusione, settarismo, integralismo o scontro di civiltà, ma, al contrario, come universalismo: come venerazione del «dio ignoto», come ipostasi universale e molteplice di Cristo Figlio dell'Uomo, nella cui contemplazione, nel cui infinito specchio, si scompongono e si fondono distinzioni ed opposizioni, nella speranza e nella possibilità di una universale redenzione.
«Non c'è più giudeo né greco; non c'è più schiavo né libero; non c'è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Galati, 3, 28). Forse, in tal senso, Montale è, accanto ad Eliot, poeta europeo per eccellenza (e, in senso molto lato, anche poeta cristiano):

Guarda ancora
in alto, Clizia, è la tua sorte, tu
che il non mutato amor mutata serbi,
fino a che il cieco sole che in te porti
si abbàcini nell'Altro e si distrugga
in Lui, per tutti. Forse le sirene, i rintocchi
che salutano i mostri nella sera
della loro tregenda, si confondono già
col suono che slegato dal cielo, scende, vince -
col respiro di un'alba che domani per tutti
si riaffacci, bianca ma senz'ali
di raccapriccio, ai greti arsi del sud...


                                                                (M. V.)


Il mio studio su Adriano Olivetti vorrà mostrare come il suo pensiero e la sua opera contribuiscano, in modo originale e sostanziale, alla composizione di un contesto culturale -ancora in via di formazione- che definirei, per ora,
neo-personalistico e che potrebbe concretamente diventare
(per l'ampiezza dei pensatori che ne fanno parte e grazie
al comprendere comune che proprio ora riappare),
il nuovo pensiero unificante d'Europa.
Un orizzonte di pensiero unificante, l'Europa lo ha sempre avuto: è accaduto dal Rinascimento carolingio al Romanticismo; non è più accaduto nel '900, quando l'unità culturale d'Europa, che fino ad allora aveva agito e resistito -malgrado le sopraggiunte divisioni politiche- per tanti secoli, si lacerò catastroficamente, senza più, fino a ora, ricostituirsi, a meno di voler considerare unificante la sorda assenza di pensiero rappresentata da economicismo, macchinismo, scientismo, nonché, in definitiva, da tanti miti novecenteschi.
A questo proposito, si vaglierà attentamente la fondamentale critica alle opposte ideologie del '900 -considerate pericolose e falsificanti proprio in quanto ideologie- espressa da vari pensatori che lo studio si propone di comprendere e collegare, compreso Adriano Olivetti, il cui lavoro è al riguardo specificamente significativo.
Il pensiero comune che verrà messo in luce si qualifica infatti innanzitutto come non ideologico, come ontologico; esso quindi, in quanto rinnovato discorso sull'Essere, è un nuovo paradigma, che abbandona "d'un tratto" (come direbbe Kuhn) il paradigma gnoseologico, soggettivistico e infine nichilista iniziato con l'età moderna, così come la modernità aveva d'un tratto abbandonato, in un rivoluzionario e terribile trapasso epocale, il paradigma metafisico antico e medievale.
Tra Ottocento e Novecento, questa rinnovata visione ontologica ha avuto precursori e fondatori, in Occidente e in Oriente, con grandi e tuttora poco noti pensatori, che già Olivetti, con le sue precorritrici edizioni di "Comunità", aveva riconosciuto e valorizzato, cercando al tempo stesso di farne comprendere il necessario, ineludibile apporto alla realizzazione di un nuovo spirito europeo.
Sarà dunque individuato il possibile nuovo
"pensiero comune europeo" a più livelli:
1) la filosofia "accademica", che ne pone le indispensabili premesse teoretiche e le basi speculative profonde, in un percorso che va (per ora citare solo alcuni) da Dilthey ad Heidegger, Husserl, Patočka -e, in Italia, Emanuele Severino;
2) il pensiero di filosofi indipendenti da scuole, o comunque estranei alla filosofia pura (Simone Weil, Hannah Arendt, Maria Zambrano, Edith Stein...) ma anche i cristiani ortodossi Berdjaev, Solovev, Florenskij... e, in Francia, i personalisti cattolici -con riferimento alla feconda stagione francese degli anni Trenta in cui Berdjaev e Maritain animarono lo "studio franco-russo");
3) il lavoro svolto in Italia (e non solo) negli anni '60 e '70 (ma anche '80) in vari ambienti e cenacoli, dei quali ci si propone di mostrare a posteriori le sorprendenti affinità, come: il movimento olivettiano di "Comunità", la comunità fenomenologica di Enzo Paci e dei suoi allievi (in particolare Guido Davide Neri, scopritore e tuttora principale studioso italiano di Patočka), il movimento di pensiero europeista, l'ambiente animato in vario modo da Cristina Campo, l'ambiente universitario legato all'economista Federico Caffè ecc.);
4) Il lavoro di singole personalità della cultura italiana, come lo storico della musica Fedele d'Amico e il filosofo Rosario Assunto.
5) Si farà inoltre ricorso:
α) al lavoro di Giovanni Grandi "L'idea di persona nel pensiero orientale" che raccoglie i contributi al seminario svoltosi nel giugno 2000 presso l'Università di Trieste in collaborazione con l'Istituto Internazionale J. Maritain;
β) al lavoro di Marco Barcaro "Patočka e le filosofie della storia del Novecento -La domanda sul senso nei Saggi eretici-" (tesi discussa nel 2010-2011 all'Università di Padova).
Lo studio si propone infine di delineare una possibile odierna comunità culturale europea, con il collegare e valorizzare speculativamente i vari fermenti che attualmente, da Oriente a Occidente, la attraversano.

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